CLIMA

L'argomento Clima rientra negli Obiettivi dell'Agenda 2030 per Sviluppo Sostenibile in particolare nell'Obiettivo 3

Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze

INTRODUZIONE

La straordinaria emergenza sanitaria che stiamo vivendo a causa della diffusione del virus SARS-CoV-2, insieme alla fragilità mostrata nella gestione della crisi, rappresentano una sorta di anteprima di un mondo in cui gli effetti del cambiamento climatico saranno sempre più rilevanti e dominanti, quando non irreversibili, e l’impreparazione della società, del mondo produttivo, economico e finanziario esprimerà la propria inadeguatezza nella gestione degli  eventi per minimizzare i danni e proteggere persone, beni e capitale naturale.

Questo è quello che continuano a dirci i dati.

Le concentrazioni di gas a effetto serra sono cresciute a partire dall’era preindustriale raggiungendo livelli che non hanno precedenti nella storia dell’umanità. La concentrazione di anidride carbonica, metano e protossido di azoto è aumentata dal 1750 ad oggi rispettivamente del 40%, 150% e 20%, raggiungendo i valori più elevati degli ultimi 800.000 anni.  Le concentrazioni di anidride carbonica in atmosfera, che sono ormai costantemente al di sopra dei 400 ppm dal novembre del 2015, hanno raggiunto la media annuale di 411.43 ppm nel 2019. Il tasso di crescita delle emissioni nel 2019 è rallentato, passando dai +2,1% nel 2018 e +1,5% nel 2017 allo +0,6%. Il tasso di crescita è comunque incrementato di circa il 30% negli ultimi 60 anni e il 50% rispetto al periodo preindustriale.

Le emissioni continuano ad aumentare a livello globale: quelle derivanti dall’utilizzo dei combustibili fossili e dall’industria sono stimate aver raggiunto, nel 2018, circa 36.6 GtCO2 (valore del 61% superiore a quello del 1990 e del 2.7% rispetto al 2017), a cui devono essere sommate a quelle derivanti dall’uso del suolo e dagli incendi boschivi, che portano la stima a 41.2 GtCO2, valore del 55% superiore a quello del 1990.  Le proiezioni per il 2019 stimano in 36.8 GtCO2 le emissioni generate dall’utilizzo dei combustibili fossili, per lo 0.6% più elevate del 2018 (pari al 62% in più delle emissioni del 1990).  A livello complessivo, si stima che dal 1850 al 2019 le emissioni complessive di CO2 siano pari a 2340 +/- 240 Gt CO2, pari a 655 +/- 240 GtC- miliardi di tonnellate di carbonio rilasciati in atmosfera. Di queste, le emissioni antropogeniche di CO2 dovute all’utilizzo di combustibili fossili si stimano essere intorno ai 1650 GtCO2, pari a circa 450GtC. (dati da Global Carbon Budget, 2019).  Di queste emissioni cumulative, circa il 44% si sono accumulate in atmosfera, per il 23% sono state assorbite dagli oceani, che hanno subito una importante acidificazione, e il 29% dagli ecosistemi naturali terrestri (rimane un 4% non attribuito). Sulla base del tasso di incremento annuo delle emissioni di gas serra e l’incremento di temperatura, è possibile stimare quello che viene detto Carbon Budget, cioè quanto è possibile ancora emettere per limitare l’incremento di temperatura media globale al 2100. Dall’inizio del 2020, il carbon budget rimanente per limitare l’incremento di temperatura a 2 °C con il 66% di probabilità è pari a 985 Gt CO2. Questo di riduce a 395 (235) Gt CO2 se il limite di riscaldamento si riduce a 1.5 °C, con una probabilità del 50% (o del 66%). C’è molta incertezza relativamente a questi dati, importante è comunque notare che nessuna stima autorevole si espone a dare una probabilità del 90% e che, il carbon budget disponibile, al tasso di emissione del 2019, tenderà ad esaurirsi nei prossimi 10-12 anni.  

La temperatura media globale è aumentata di poco più 1°C dal 1880, con un tasso di incremento di 0,17 °C/decennio dal 1970, più del doppio di quello calcolato sull’intero periodo, con un valore più importante sulla terra che non sugli oceani. Il 2019 è stato il secondo anno più caldo dal 1880, dopo il 2016, e segna così un ulteriore record della temperatura globale nel XXI° secolo. Tutti i 19 anni del XXI secolo sono tra i 20 più caldi (si aggiunge il 1998 che risulta l’undicesimo più caldo). Gli ultimi cinque anni sono stati i più caldi dell’intera serie storica di misure. Si stima che se il riscaldamento continua con lo stesso tasso di crescita che ha registrato negli ultimi 20 anni, è probabile che l’incremento di 1.5°C della temperatura media globale si verifichi tra il 2030 e la prima metà del secolo, in funzione degli sforzi che saranno applicati per ridurre le emissioni.  Se questi saranno stringenti proprio nella fase iniziale, ossia nei prossimi dieci anni, sarà possibile dimezzare il contributo antropico al riscaldamento globale nel periodo 2020-2040. Viceversa, anche il tempo a disposizione per un adattamento efficace non sarà sufficiente, in particolare per gli elementi più vulnerabili.

La temperatura superficiale dell’oceano è aumentata di quasi 1.5 °C rispetto alla media 1971-2000 con un tasso di incremento importante negli ultimi anni. Il Mar Mediterraneo mostra un trend in aumento dal 1982 ad oggi di 0,28 °C ogni 10 anni, con un incremento complessivo dal 1982 di 1.1 °C.

Il livello globale medio del mare dal 1901 al 2015 è cresciuto di circa 20 cm e, nel periodo 1993-2018, attraverso le misure da satellite, si stima che l’incremento sia di circa 3.3 mm/anno.  Lungo le coste europee l’innalzamento è di circa 2-3mm/anno ad eccezione della zona del Baltico, dove è superiore ai 3mm.

Anche la criosfera mostra in modo drammatico gli effetti del riscaldamento globale: l’estensione e il volume dei ghiacci si sono ridotti (tra il 2006 e 2015 la Groenlandia ha perso massa glaciale a un tasso di  278 ± 11 Gt/anno, il ghiaccio dell’Antartide a un tasso di 155 Gt/anno, e gli altri ghiacciai complessivamente a un tasso di 220 Gt/anno , equivalente rispettivamente a 0.77 mm/anno, 0.43 mm/anno e 0.61 mm/anno di aumento del livello medio globale del mare), la copertura nevosa nell’emisfero nord è diminuita (la copertura nevosa dell’Artico in giugno è diminuita di circa il 13% ogni 10 anni dal 1967, in altre aree la variazione è diminuito lo spessore, l’estensione e la durata della copertura nevosa, specialmente a quote più basse, con tassi differenti) e il permafrost è in sempre maggiore degradazione (si stima che la temperatura del permafrost dal 1980 ad oggi, sia aumentata raggiungendo valori record, e dal 2007 al 2016 tale incremento si possa stimare a livello globale, in 0.29°C,considerando le zone polari e le montagne più elevate.

I cambiamenti climatici osservati dal 1950 a oggi, compresi gli eventi estremi, hanno determinato impatti significativi sui sistemi naturali e antropici, dimostrando, da una parte, la loro elevata suscettibilità al clima che cambia e dall’altra, che le azioni per la riduzione della vulnerabilità adottate, ove possibili, sono largamente insufficienti a proteggere persone, beni e capitale naturale.

Le proiezioni climatiche continuano a mostrare un incremento della temperatura globale per la fine del XXI che difficilmente riuscirà a restare al di sotto dei 2°C se non si concretizzano urgentemente e, soprattutto si rafforzano gli impegni dei governi nazionali (NDC) e subnazionali per la mitigazione dei gas serra. La temperatura globale può aumentare anche di 3-4 °C o più se non si adottano misure efficaci, e decisive. In questo scenario, nella maggior parte delle regioni continentali, gli estremi caldi saranno più sempre più numerosi e le ondate di calore saranno più frequenti e dureranno più a lungo, con associati periodi siccitosi. Gli eventi estremi di precipitazione aumenteranno, anche in un clima mediamente più secco. La variabilità meteorologica inter-annuale è destinata ad aumentare, ponendoci di fronte ad una situazione che, per essere affrontata, richiede una grande flessibilità e una società decisamente più resiliente dell’attuale.

Contrastare il cambiamento climatico è uno degli obiettivi dell’Agenda 2030 per lo Sviluppo Sostenibile, sottoscritta nel settembre 2015 dai governi dei 193 Paesi membri dell’ONU. L’Agenda, articolata in 17 Obiettivi per lo Sviluppo Sostenibile, costituisce un grande programma d’azione per un totale di 169 target, da raggiungere entro il 2030. Si tratta di un programma concreto, fatto di azioni e indicatori, per rendere sostenibile il modello di sviluppo, cioè in grado di soddisfare i bisogni del presente senza compromettere la capacità delle future generazioni di soddisfare i propri, attraverso l’armonizzazione di tre elementi fondamentali: la crescita economica, l’inclusione sociale e la tutela dell’ambiente.

In particolare, l’Agenda riconosce che il cambiamento climatico rappresenta una delle più grandi minacce allo sviluppo, e i suoi effetti, estesi e senza precedenti, pesano in modo sproporzionato sui più poveri e più vulnerabili. L’Obiettivo 13: Adottare misure urgenti per combattere il cambiamento climatico e le sue conseguenze, chiede un’azione urgente non solo per combattere il cambiamento climatico e i suoi impatti, ma anche per costruire una società più resiliente ai rischi legati al clima e ai disastri naturali.

Figura 1
Situazione complessiva nell’anno 2019

RAPPORTI PANEL INTERGOVERNATIVO PER I CAMBIAMENTI CLIMATICI (IPCC)

Dopo la pubblicazione del rapporto di sintesi “Climate Change 2014”, pubblicato nel 2015 dal Panel Intergovernativo per i Cambiamenti Climatici (IPCC), il riscaldamento globale e gli impatti conseguenti sulle altre componenti del sistema climatico sono inequivocabili e riconosciute dalla comunità scientifica. Lo stesso rapporto evidenzia come il fattore umano sia la causa principale del riscaldamento globale registrato dal periodo pre-industriale ad oggi, con una probabilità superiore al 95%.

Aggrava lo scenario il rapporto recente dell’IPCC “Global warming of 1,5 °C”, che sottolinea quanto, per limitare gli impatti del riscaldamento globale a un livello per cui gli impatti siano gestibili e tale da non compromettere la nostra stessa esistenza, sia importante che il riscaldamento globale a fine secolo non superi 1,5°C.

 

Rapporto Speciale Riscaldamento globale di 1,5 °C

Il rapporto speciale dell’IPCC sugli impatti del riscaldamento globale di 1,5 °C al di sopra dei livelli preindustriali e dei relativi pathways per limitare le emissioni di gas a effetto serra, pubblicato nel dicembre 2018 afferma con rigore scientifico che superare il limite di 1,5°C di aumento della temperatura media globale, anche solo temporaneamente, significa affacciarsi verso un futuro molto incerto e sconosciuto dal punto di vista scientifico, di cui non si ha esperienza di gestione o di governo: molti sistemi naturali e la società umana sarebbero spinti oltre le loro possibilità di adattamento. Nel 2017 il mondo ha già raggiunto un riscaldamento di 1 °C al di sopra del livello pre-industriale a causa delle attività antropiche e sta facendo esperienza degli impatti, in tutti i settori e in tutte le aree geografiche.

Figura 2
Rapporto Speciale IPPC Global Warming of 1.5 °C

Gli impatti attesi a livello globale, se non si limiterà il riscaldamento entro 1,5 °C, vengono quantificati nel rapporto con scenari impressionanti. In particolare, con un riscaldamento di 2 °C al 2100:




  • aumenta la popolazione esposta ai rischi, con un incremento della mortalità, per ondate di calore, estremi climatici, alluvioni costiere e malattie trasmesse da vettori; ad esempio si stima che, alle medie latitudini, la temperatura dei giorni di caldo estremo aumenterà di circa 3 °C con un riscaldamento globale di 1.5 °C e di circa 4 °C con un riscaldamento globale di 2 °C.
  • la migrazione dalle aree marginali e basate su un’economia rurale diventa insostenibile, lo stress idrico influenzerà il doppio delle persone rispetto a un riscaldamento di 1,5 °C, con incremento della frequenza e dell’intensità della siccità in molte aree, incluso l’area mediterranea.

  • L’insicurezza della disponibilità alimentare nelle aree dove già oggi si ha il rischio di malnutrizione, a causa della diminuzione della produttività delle colture e l’impoverimento del contenuto nutritivo, insieme all’impatto importante sull’acquacoltura e la pesca, a causa dell’acidificazione degli oceani, all’aumento del livello del mare  e agli impatti climatici nelle zone costali e di delta, si estenderà alle aree più povere del mondo e determinerà conflitti anche a livello mondiale (ad esempio limitando il riscaldamento a 1,5°C si stima una riduzione dell'innalzamento globale del livello del mare di 0,1 m  al 2100, che limiterebbe l’esposizione di circa 10 milioni di persone ai rischi come intrusione di acqua salina, inondazioni e danni alle infrastrutture costiere, danni ai sistemi ecologici piccole isole e delta dei fiumi).
  • La probabilità di fusione in mare dei ghiacciai dell’Artico durante l’estate sarebbe di una ogni decennio, la barriera corallina andrebbe perduta del tutto o quasi (le barriere coralline sono attese diminuire di un ulteriore 70-90% a 1,5°C con perdite di oltre 99% a 2°C), i sistemi naturali rischiano di subire un degrado in alcuni casi irreversibile.
  • La biodiversità subirà una grave perdita, fino al 50% per piante e invertebrati e al 66% per gli insetti (il numero di specie di insetti che perderà l’habitat è tre volte quello che si ci aspetta con un riscaldamento di 1,5°C, il numero di piante il doppio), la perdita degli ecosistemi e dei servizi eco sistemici avrà ripercussioni sulla sicurezza alimentare, le foreste, gli acquiferi.

Questi impatti avranno effetti, più difficili da quantificare, sulla povertà, l’equità, il benessere, la sicurezza e rappresentano delle minacce per le politiche volte allo sviluppo sostenibile e a sradicare la povertà. L’adattamento sarà meno efficace, anche se limiti all’adattamento e alla capacità adattativa dei sistemi umani e naturali, si stimano anche con un riscaldamento di 1,5°C.

Al tasso di riscaldamento attuale, di circa 0,2°C per decade, il riscaldamento globale raggiungerà 1,5°C intorno al 2040, in un anno compreso tra il 2030 e il 2052. Questo orizzonte temporale è molto vicino e segna la scala spaziale (ampia) e temporale (breve) dell’azione richiesta per contenere il riscaldamento globale. È necessario azzerare le emissioni di anidride carbonica il più rapidamente possibile. La quantità di anidride carbonica e altri gas serra emesse finché non si raggiungeranno emissioni globali uguali a zero determinerà il grado di riscaldamento a cui ci vincoliamo. Limitare il riscaldamento globale al di sotto di 1.5°C vuol dire ridurre in modo significativo le emissioni nelle prossime decadi: se le emissioni di anidride carbonica raggiungeranno lo zero in 30 anni, c’è una possibilità su due (50%) di limitare il riscaldamento a 1.5°C, per aumentare questa possibilità a due su tre (66%), le emissioni di CO2 devono essere ridotte a zero nei prossimi venti anni, con un significativo abbattimento delle emissioni di altri gas serra come metano, black carbon, gas fluorinati e ossido nitroso. Per il black carbon consulta anche la pagina sul PM10.

Un’azione climatica per limitare il riscaldamento a 1,5°C è urgente ed è meno costosa se viene perseguita prima. e consente. Si stima che ogni anno di ritardo nell’inizio della riduzione delle emissioni, la finestra per raggiungere emissioni zero si allontana di due anni.  Gli attuali impegni di riduzione delle emissioni assunti dai paesi nel contesto dell’Accordo di Parigi (Nationally Determined Contributions, NDCs) non sono al momento in linea con l’obiettivo di limitare il riscaldamento a 1.5°C e portano le emissioni nel 2030, ad essere circa il doppio rispetto alle indicazioni degli scenari che prevedono un superamento minimo o nullo del riscaldamento di 1.5°C, ma risultano invece in linea con un aumento della temperatura globale di 3°C al 2100.

I percorsi che portano a limitare il riscaldamento a 1,5°C richiedono un significativo e rapido cambiamento di ampio respiro e senza precedenti in tutti gli aspetti della società: le trasformazioni devono essere rapide e di vasta scala nei sistemi energetici, nelle aree urbane e rurali, nelle infrastrutture (incluso trasporti e costruzioni) e nei sistemi industriali, che determinano una forte riduzione delle emissioni, implicando un upscaling importante degli investimenti. Anche una bassa domanda di beni che richiedono un uso intensivo di gas ad effetto serra (GHG) e consumo di suolo, possono contribuire a limitare il riscaldamento a 1.5°C.

Interessante è, nel rapporto, la quantificazione di come il contenimento della temperatura a 1,5°C aiuterà a raggiungere alcuni degli obiettivi di sviluppo sostenibile e di come, nello stesso tempo, perseguire gli obiettivi dello influenzerà le emissioni, gli impatti e le vulnerabilità ai cambiamenti climatici favorendo le trasformazioni necessarie per limitare il riscaldamento globale. Le risposte ai cambiamenti climatici in termini di adattamento e mitigazione interagiranno con gli obiettivi di sviluppo sostenibile in maniera positiva (sinergie) o con effetti negativi (trade-off). Il numero totale delle sinergie è superiore ai trade-off, ma varia a seconda del contesto e delle circostanze del paese in questione. Questo concetto sottolinea l’importanza di lavorare in modo integrato su mitigazione e adattamento.

Rapporto speciale sugli oceani e sulla criosfera

Il rapporto speciale dell’IPCC sugli Oceani e sulla Criosfera in un clima che cambia (SROCC, www.ipcc.ch/srocc/) del 2019, evidenza innanzitutto il ruolo di questi ambienti per la vita sul pianeta, basti pensare che gli oceani coprono il 71% della superficie terrestre e contiene circa il 97% dell’acqua presente sulla terra, mentre circa il 10% delle terre emerse sono coperte da Ghiacci o da neve. Essi rappresentano ambienti unici e sono profondamente interconnessi con altre componenti del sistema climatico attraverso lo scambio di acqua, energia e carbonio. La società umana ha una forte connessione con i mari: le piccole isole, le zone costiere e quelle depresse, la zona artica, sono residenza di circa 750 milioni di persone la cui vita è strettamente legata all’equilibrio tra terra e mare. Quasi altrettante persone vivono invece in zone di alta montagna, anch’esse minacciate dalle modifiche del ciclo stagionale, del ritiro dei ghiacciai, della scomparsa di habitat specifici. Senza dimenticare i servizi ecosistemici, economici, culturali che questi ambienti rendono a livello globale.

Figura 3
Special Report on the Ocean and Cryosphere in a Changing Climate


Il rapporto fa un assessment su cosa è cambiato, affermando che, negli ultimi decenni, il riscaldamento globale ha portato a un diffuso restringimento della criosfera, con una perdita di massa dei ghiacci marini e dei ghiacciai continentali, una riduzione della copertura nevosa e dell’estensione e nell’espansione dei ghiacci dell’Artico e un aumento della temperatura del permafrost (vedi anche argomento permafrost). La perdita di massa dei ghiacciai della Groenlandia ha portato, dal 2006 al 2015, a un aumento del livello medio globale del mare di circa 0,77mm/anno, gli altri ghiacciai, esclusi quelli dell’Antartide, a un aumento di 0,61 mm/anno. La temperatura del permafrost è aumentata dal 2007 al 2016, in media, di circa 0,29°C, con l’emissione di carbonio organico e metano. L’estensione dei ghiacci dell’Artico è diminuita in molti mesi dell’anno e nel mese di settembre, il minimo sta diminuendo a un tasso di circa il 13% ogni 10 anni.

L’oceano si è scaldato e dal 1970 ha assorbito più del 90% del calore in eccesso del sistema climatico, con un tasso di riscaldamento che è raddoppiato dal 1993, riscaldando di circa 1°C i primi 100 metri. L’assorbimento dell’anidride carbonica immessa in atmosfera (circa il 20-30% delle emissioni antropogeniche) ha comportato un’acidificazione degli oceani (con un aumento di .017–0.027 unità di pH per decade dal 1980), una perdita di ossigeno nei primi 100 metri e un aumento della stratificazione che riduce gli scambi verticali di calore, salinità, ossigeno, carbonio e nutrienti.

 Il livello medio globale del mare sta aumentando (di circa 0,16 m nel periodo 1902-2015) con un’accelerazione nelle ultime decadi a causa della fusione delle masse glaciali di Groenlandia e Antartide.

Sono incrementati l’intensità dei venti e della pioggia nei cicloni tropicali, così come le onde marine estreme che, combinate con l’aumento del livello del mare, rende più gravosi gli effetti locali degli eventi estremi e delle alluvioni costiere nonché l’erosione costiera.

L’impatto sulle specie e gli ecosistemi marini e di acqua dolce, sull’ambiente di alta montagna e delle regioni polari è stato importante con contrazione degli habitat, spostamenti geografici e altitudinali, modifiche nell’attività stagionale, nell’abbondanza e distribuzione delle specie animali e vegetali, disturbi ecologici e funzionamento degli ecosistemi. In particolare, gli ecosistemi marini hanno risentito dei cambiamenti (si registra quasi il 50% delle terre umide in prossimità delle coste negli ultimi 100 anni).

Questi cambiamenti fisici hanno impattato negativamente anche la sicurezza alimentare, la risorsa idrica, e la qualità delle acque, la salute e il benessere della popolazione, in particolare per le popolazioni indigene, e, a scala più ampia le infrastrutture, il turismo, i trasporti.

Tutti questi impatti sono attesi continuare ad aumentare al medesimo tasso nel breve termine (2031-2050) a causa dell’aumento della temperatura. La perdita di massa dei ghiacci è stimata aumentare nella seconda metà del secolo, in particolare in uno scenario ad alte emissioni, mentre gli effetti di importanti riduzioni delle emissioni a breve, si evinceranno solo a partire dal 2050. Nello scenario altamente emissivo, la fusione dei ghiacci è stimata del 18% circa al 2100, contribuendo all’innalzamento del livello del mare di 200 mm, mentre la perdita del permafrost è di circa il 69% che porta ad un rilascio cumulativo che varia da decine a centinaia di miliardi di tonnellate di carbonio come CO2 e metano, con un feedback negativo sul riscaldamento. In questo scenario il livello medio del mare è stimato aumentare di circa 0,71 m al 2080 e di circa 0,84 m al 2100 rispetto al periodo 1986–2005.

Questi effetti continueranno ad alterare gli ecosistemi marini e terrestri in alta montagna e nelle regioni polari con importanti shift nella distribuzione delle specie e possibili perdite di biodiversità. Gli incendi sono stimati aumentare nelle regioni boreali e nella tundra, così come in aree di montagna che non hanno mai fatto registrare questi eventi. La diminuzione della biomassa globale delle comunità animali marine, della loro produzione e della pesca, nonché un cambiamento nella composizione delle specie sono proiettati nel corso del XXI secolo, in tutti gli scenari di emissione.

Oltre il 2100, nello scenario ad elevate emissioni, i cambiamenti saranno determinanti e irreversibili anche nella circolazione oceanica e in quella atmosferica, con effetti non sempre quantificabili e prevedibili e possibili irreversibilità.

Gli impatti fisici sugli oceani e sulla criosfera attesi impongono un impegno speciale per sviluppare e implementare misure di adattamento dalla scala globale a quella locale, tenendo conto che le popolazioni con elevata esposizione e vulnerabilità sono quelle con minore capacità di risposta.

Anche per limitare gli impatti derivanti dai cambiamenti attesi del sistema oceano e della criosfera sono necessari impegni per la riduzione delle emissioni di gas climalteranti importanti e urgenti, associate a misure di protezione, utilizzo prudente delle risorse naturali rinnovabili basate sugli ecosistemi, riduzione dell’inquinamento e altri fattori di stress. Sistemi di gestione integrata delle acque e misure di adattamento che considerano gli ecosistemi naturali come centrali, possono determinare benefit multipli per la società umana.

L’impegno politico e lo sforzo istituzionale, finanziario e di governance deve supportare la costruzione della resilienza climatica in tutti gli ambiti che saranno influenzati, direttamente o indirettamente, dal cambiamento climatico e i prossimi anni saranno decisivi affinché questo sia possibile.

ADATTAMENTO E MITIGAZIONE

Adattamento e Mitigazione sono le due strategie, complementari e sinergiche, per ridurre e gestire gli impatti negativi del cambiamento climatico e sfruttarne eventuali opportunità. Sostanziali riduzioni nelle emissioni nelle prossime decadi possono ridurre il rischio climatico nel XXI° secolo e oltre, aumentare la probabilità di un efficace adattamento, ridurre i costi e le sfide della mitigazione nel lungo termine e contribuire a uno sviluppo sostenibile e resiliente al cambiamento climatico. L’adattamento è necessario per affrontare gli impatti che le emissioni prodotte ad oggi dai paesi industrializzati determinano e determineranno nei prossimi anni, anche con politiche di mitigazione aggressive. L’adattamento si costruisce attraverso la definizione di una serie di misure che riducano la vulnerabilità dei sistemi -naturale e antropico- e ne incrementino la resilienza affinché i danni siano minimizzati, sfruttando tutte le risorse di cui dispone la società umana (naturali, culturali, sociali, psicologiche, economiche e istituzionali). È necessario costruire un portfolio di opzioni di adattamento e mitigazione, perché nessuna azione singola è sufficiente, e integrare le azioni nell’ottica di perseguire lo sviluppo sostenibile, attraverso un processo adattivo.  Il rafforzamento della capacità di resilienza della società agli impatti dei cambiamenti climatici rappresenta anche un'opportunità di investimento in un'economia a basse emissioni di carbonio ed efficiente dal punto di vista dell’utilizzo delle risorse (green economy, economia circolare), che sempre di più si sta affermando creando nuove opportunità di fare impresa e posti di lavoro.

Ma la sfida più grande è che mitigazione e adattamento per essere implementate efficacemente, richiedono un cambiamento di paradigmi culturali, anche radicali, come non considerare più il passato come guida per il presente, gestire l’incertezza e renderla un elemento di valore, tenere conto dell’impronta complessiva delle attività antropiche incluso il potenziale negativo, riconoscere che sono gli assetti e le infrastrutture della società umana che si collocano nell’ambiente naturale e non il viceversa.

Il cambiamento climatico sta già causando una varietà di effetti per la nostra salute, gli ecosistemi e l’economia. Questi impatti diventeranno molto probabilmente più gravi nei prossimi decenni. Ecco perché è necessario prepararsi con progetti e azioni di adattamento. Un video dell’Agenzia Europea per l’Ambiente (EEA) spiega tutto questo in parole semplici. Guarda il video.

COSA È LA MITIGAZIONE

Ci sono diversi possibili percorsi di mitigazione per limitare il riscaldamento globale al di sotto dei 2°C a fine del XXI° secolo relativamente ai livelli dell’era pre-industriale, o meglio ancora entro 1,5°C. Questi percorsi richiedono tutti una sostanziale e urgente riduzione delle emissioni di gas serra entro le prossime decadi arrivando ad annullare le emissioni di CO2 e di altri gas ad effetto serra a lunga persistenza già nel 2050, e addirittura arrivare a emissioni negative, attraverso sistemi di cattura e stoccaggio della CO2. Raggiungere questo ambizioso obiettivo di riduzione delle emissioni richiede una rapida transizione dei sistemi energetici e produttivi e pone sostanziali sfide tecnologiche, economiche, sociali e istituzionali, sfide che diventano sempre più grandi e più costose, più si ritarda a implementare le azioni di mitigazione.

Opzioni di mitigazione sono applicabili in tutti i principali settori economici, in particolare limitare, se non azzerare, l’utilizzo di combustibili fossili - nella produzione di energia, trasporti e industria - rappresenta la misura più efficace, soprattutto se integrata con misure per ridurre il consumo di energia, aumentare l’efficienza energetica e sfruttare la cogenerazione. L’associazione con azioni di riforestazione mirate e pratiche agricole che favoriscano il sequestro di carbonio nel suolo contribuisce alla diminuzione netta delle emissioni.

Il Green Deal Europeo, la strategia dell’Unione Europea che contiene misure di diversa natura - fra cui nuove leggi e investimenti - che saranno realizzate nei prossimi trent’anni, si pone come obiettivo principale l’azzeramento delle emissioni globali al 2050 (neutralità climatica), con l’obiettivo intermedio al 2030 di ridurle di almeno il 50-55% rispetto ai livelli del 1990. Questo obiettivo viene affrontato in particolare per la produzione di energia elettrica, che è responsabile del 75% delle emissioni dei gas serra all’intero dell’Unione Europea, e nel ridurre l’utilizzo dell’energia stessa, attraverso risparmio energetico e maggiore efficienza, dai processi produttivi, alle costruzioni al sistema dei trasporti. Ma introduce anche meccanismi fiscali, norme per evitare la ricollocazione geografica delle emissioni, revisione del quadro normativo per le infrastrutture energetiche e investimenti mirati.

La decarbonizzazione dell’economia necessita anche di una modifica profonda e di ampia scala delle abitudini alimentari, di spostamento e dei consumi delle società più sviluppate, l’applicazione stringente delle compensazioni di carbonio e dei meccanismi di pricing, il riconoscimento, anche economico, dei benefici su scala più ampia derivanti dalla mitigazione.

Con l’adesione al protocollo Under 2° MOU, che raccoglie l'impegno dei governi sub-nazionali per la riduzione delle emissioni globali, la Regione Piemonte si è impegnata a ridurre entro il 2030 del 50% le emissioni di gas che provocano l'effetto serra rispetto alle emissioni del 1990, con l'ulteriore proposito per arrivare a ridurle dell’80% entro il 2050.

In particolare, la Regione intende intraprendere azioni che mirino alla riduzione dei gas attraverso:

- politiche di incentivazione nell'utilizzo di mezzi ad emissioni zero e con la progressiva riduzione nell'utilizzo dei mezzi con motorizzazione endotermica, sia per quanto riguarda il trasporto pubblico locale, sia per quanto riguarda la mobilità privata e commerciale;

- riqualificazione energetica del sistema edificio-impianto, con particolare attenzione al patrimonio edilizio realizzato tra gli anni ‘60 e gli anni ‘90 per ridurre il fabbisogno di riscaldamento domestico;

- abbattimento delle emissioni nel settore industriale attraverso l'applicazione delle BAT ( Best Available Techniques) ai nuovi stabilimenti o alla riqualificazione impiantistica di quelli esistenti;

- abbattimento delle emissioni nel comparto agricolo con l'applicazione di BAT di settore, in particolare al sistema dei reflui zootecnici. 

È da sottolineare come la maggior parte delle misure di riduzione delle emissioni contribuisce positivamente sia alla mitigazione del cambiamento climatico sia alla prevenzione dei danni alla salute provocati dall'inquinamento atmosferico, e implicano benefici intersettoriali.

COSA È L’ADATTAMENTO

L’Adattamento punta a ridurre gli impatti negativi dei cambiamenti climatici, incluso quelli in atto e inevitabili a causa del ritardo nella risposta del sistema terra-atmosfera alle emissioni dei gas serra, ma anche a trarre beneficio da eventuali opportunità.

L’adattamento è molto efficace sul breve termine, mentre all’aumentare dell’entità del cambiamento le opzioni per un adattamento efficace diminuiscono e i costi associati -anche sociali- aumentano, specialmente in presenza di una maggiore magnitudo e rapidità del cambiamento. Considerare una prospettiva di lungo termine, nel contesto dello sviluppo sostenibile, aumenta la probabilità che tempestive azioni di adattamento possano ampliare in futuro e rendere la società sempre più resiliente, equa e inclusiva.

Opzioni di adattamento esistono in tutti i settori, ma i contesti per la loro implementazione e la potenziale riduzione dei rischi connessi con il clima, differiscono da settore a settore e tra le diverse aree del pianeta.

Le azioni e le iniziative di adattamento ai cambiamenti climatici devono essere definite e messe in atto a livello nazionale ma soprattutto regionale e locale. Infatti gli impatti dei cambiamenti climatici sono specifici per ogni territorio e richiedono un approccio intersettoriale sinergico e coordinato tra i diversi livelli di governo. Le strategie di adattamento devono essere contestualizzate per l’area di applicazione e devono contare sulle risorse, materiali e immateriali, del territorio, e contare sulla loro accettazione

Alcune opzioni di adattamento implicano benefici ambientali complessivi, anche su vasta scala, creando importanti sinergie con le politiche di sostenibilità ambientale perché riducono la pressione sui sistemi naturali, permettono alla natura di conservare le sue caratteristiche o di evolversi in modo duraturo, cioè preservando l'avvenire, contribuiscono alla conservazione degli ecosistemi che incidono direttamente sui sistemi di regolazione del clima e sono all'origine di una moltitudine di beni e di servizi essenziali per l'uomo.

Con DGR n. 24-5295 del 3 luglio 2017, la Regione Piemonte si è impegnata ad elaborare la Strategia Regionale sul Cambiamento Climatico, che prevede la predisposizione di un documento di orientamento delle diverse politiche di settore (Piani e Programmi), verso obiettivi strategici, già propri della Regione, con l’obiettivo di incidere sia sulle cause sia sugli effetti del cambiamento climatico.

A tal fine, si è costituito un Gruppo di Lavoro (DD n. 131/A1003B del 28 agosto 2017), composto da funzionari provenienti da diverse Direzioni regionali, che si avvale del contributo scientifico di Arpa Piemonte. Obiettivo iniziale del Gruppo, coordinato dalla Direzione Ambiente, Governo e Tutela del Territorio – Settore Progettazione Strategica e Green Economy (PSGE), è programmare le attività da porre in essere per la realizzazione della Strategia sopra citata nonché stabilire gli strumenti di gestione del gruppo.

I primi documenti e risultati del lavoro disponibili qui.

I primi lavori portati avanti da parte del gruppo di lavoro avanti sono l’avvio dell’inserimento della tematica del clima nella pianificazione regionale, sia dal punto di vista delle emissioni, per cui per le misure dei nuovi piani regionali (qualità dell’aria, trasporti ed energia) sono state calcolate le variazioni delle emissioni dei gas climalteranti, sia dal punto di vista dell’adattamento (energia e tutela delle acque), per evidenziare le misure settoriali che concorrono ad aumentare la resilienza ai potenziali impatti del cambiamento climatico.

Un’attività specifica è stata effettuata relativamente alla biodiversità vegetale, attraverso il confronto con esperti del settore per individuare, attraverso una forma di lavoro collaborativo, sia i potenziali impatti del cambiamento climatico sia le misure da adottare per minimizzare gli effetti negativi e le azioni che dovranno essere intraprese anche a livello di governance.

Un confronto continuo è stato realizzato con la Città di Torino, che ha lavorato in modo assiduo nell’ultimo anno per formulare il Piano di Adattamento della Città, in modo da garantire il raccordo tra i diversi livelli di governo del territorio.

Arpa Piemonte ha fornito un assessment climatico che riguarda l’analisi dei dati passati con la valutazione di indicatori specifici per capire l’influenza locale del riscaldamento globale sulla regione Piemonte, e un rapporto che, utilizzando la modellistica climatica più avanzata disponibile oggi, stima l’entità del cambiamento atteso sulla regione in funzione degli scenari emissivi globali, mettendo in luce le principali criticità.

IL CLIMA IN PIEMONTE

L’anno 2019 in Piemonte è stato il 5° più caldo degli ultimi 62 anni, con una temperatura media di circa 10,6°C e un’anomalia termica media attorno ad +1,5°C rispetto alla climatologia del periodo 1971-2000. L’anno chiude la decade più calda sulla regione a partire dagli anni ’60. A giugno va evidenziata l’eccezionale ondata di calore dei giorni 26-29 giugno nel corso della quale il 46% dei termometri della rete di Arpa Piemonte hanno registrato il primato assoluto di temperatura massima. In particolare, il 27 giugno 2019 ha fatto registrare la più elevata temperatura media misurata sul Piemonte dal 1958, superando l’11 agosto 2003.

L’apporto delle precipitazioni totali annue è stato pari a 1.295,5 mm, con un surplus di 245 mm (pari al 23%) portando il 2019 ad essere il nono anno più piovoso. Da metà ottobre a fine novembre, l’anomalia di precipitazione è passata da -25% a+20% grazie a due eventi pluviometrici intensi, tra cui spicca quello dei giorni 19-24 ottobre 2019, nel corso del quale si sono verificate situazioni di criticità nel territorio piemontese e il pluviometro di Gavi (AL) ha registrato 432,2 mm in 12 ore e 480 mm in 24 ore che rappresentano i primati assoluti per le stazioni piemontesi della rete di Arpa Piemonte.

 Durante l’anno sono stati registrati sulla regione 86 giorni di foehn, nuovo primato del nuovo millennio, superando così il precedente valore massimo di 84 registrato nel 2009 e nel 2017.

IL CAMBIAMENTO CLIMATICO IN PIEMONTE - ANALISI STORICA

Al fine di supportare l’azione della pubblica amministrazione e delineare gli indirizzi della politica regionale sul tema del cambiamento climatico, è fondamentale definire avere un quadro delle conoscenze il più possibile esaustive sulle caratteristiche climatiche della regione e sulla loro variazione negli ultimi anni, nonché la stima dei possibili scenari futuri in funzione dell’efficacia delle azioni di mitigazione che, a livello globale, verranno intraprese. Il riscaldamento globale infatti determina modifiche al sistema climatico che localmente possono essere molto differenti: amplificate nelle zone di “hot spot” - di cui l’area Mediterranea e quella Alpina sono due esempi - e meno marcate in altre aree del globo. Capire come sta rispondendo il clima regionale al riscaldamento globale è determinante sia per la valutazione degli impatti settoriali, sia per dare priorità alle azioni di contrasto e di adattamento.

Il patrimonio storico di dati e informazioni climatiche disponibile sul Piemonte, unito alla capacità di trattamento ed elaborazione degli stessi, consente di evidenziare alcuni cambiamenti nelle variabili meteorologiche, sia sui trend di più lungo periodo sia sulla variabilità inter-annuale e gli eventi estremi.


Nella pagina Clima Stato viene rappresentata una sintesi dell’evoluzione del clima sulla regione, con le variazioni delle principali variabili climatiche degli ultimi 60 anni e alcuni indicatori climatici utili per comprendere l’effetto del cambiamento climatico sulle matrici ambientali e socio-economiche.
Dall’analisi storica dei dati misurati sulla regione Piemonte si evidenzia una tendenza all’aumento delle temperature, in particolare nei valori massimi, significativo dal punto di vista statistico. Questa tendenza (dell’ordine di 0.58°C ogni 10 anni per le temperature massime, considerando gli ultimi 30 anni), porta a un aumento complessivo di circa 2,3°C negli ultimi 60 anni, ed è in linea con quanto evidenziato dalla letteratura per l’area alpina. Più incerto il trend sulle precipitazioni intense, che però sembra essere in crescita.

I giorni piovosi, considerando gli ultimi 15 anni circa, risultano in diminuzione pressoché su tutta la regione, mentre aumenta la lunghezza massima dei periodi secchi. La pioggia annuale, nello stesso periodo, ha subito delle modificazioni, con un aumento in alcune zone (come Verbano e basso Alessandrino) e una diminuzione in altre. Comparando i due indicatori si evidenzia un aumento degli eventi intensi laddove la pioggia annuale è aumentata. Il ciclo idrologico sta subendo una graduale modificazione, con un aumento delle precipitazioni nel periodo tardo-primaverile, associato ad una rapida fusione nivale nel mese di maggio, e una diminuzione nel periodo autunnale,

La quantità di neve fresca è complessivamente in diminuzione negli ultimi trent’anni, soprattutto alle quote più basse, anche se nello stesso periodo si evidenziano singole stagioni particolarmente nevose. In generale infatti, sovrapposta a una tendenza al riscaldamento, sembra aumentare la variabilità atmosferica, sia inter-annuale, che determina l’alternanza di stagioni con caratteristiche climatiche molto differenti da un anno all’altro, sia a più breve termine, intervallando periodi mediamente più caldi e asciutti a episodi freddi e piovosi.

 

LE VARIAZIONI CLIMATICHE - Scenari futuri

Alla base delle simulazioni di quello che sarà il clima futuro attraverso i modelli climatici, in grado di riprodurre la dinamica dell’oceano e dell’atmosfera e di rappresentare in modo più completo possibile tutti i processi di interazione terra-atmosfera, vi sono delle ipotesi sugli scenari emissivi e sulle politiche di riduzione dei gas serra che verranno applicate, così da definire degli “emission pathways” che rappresentano l’andamento delle emissioni e della relativa concentrazione dei gas climalteranti in atmosfera nel corso del XXI secolo e più. Gli scenari di riferimento sono attualmente quattro (definiti nell’ambito del WP III del Panel Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici IPCC che si occupa della mitigazione) e si differenziano fra loro per il potenziale di perturbazione del bilancio energetico planetario espresso in termini di Forcing Radiativo al 2100 rispetto al periodo pre-idustriale. Si definiscono RCP Representative Concentration Pathways seguiti da un numero che rappresenta il forcing radiativo (in W/m2), ossia l'alterazione del bilancio tra energia entrante e energia uscente nel sistema terra-atmosfera dovuta alla diversa concentrazione dei gas serra in atmosfera, includendo anche i processi di feedback e di interazione.

Gli scenari considerati in questa analisi sono:

  • RCP 8.5, che rappresenta uno scenario a forti emissioni, all’incirca come se il tasso di emissioni fosse come l’attuale, senza azioni di mitigazione
  • RCP 4.5, che rappresenta uno scenario intermedio, dove le emissioni di CO2 raggiungono un massimo per poi stabilizzarsi verso la fine del XXI secolo.

Tutti questi scenari vedono un aumento importante della temperatura globale a fine secolo rispetto ai valori del periodo 1986-2005, pari a 3.7°C (in un range tra 2.6-4.8°C) per RCP8.5 e 1,8°C (in un range tra 1,1-2,6 °C) per RCP4.5. Nessuno dei due scenari è in grado di mantenere il riscaldamento globale al di sotto di 1.5°C-

Per le analisi sul Piemonte sono state utilizzate le simulazioni modellistiche sviluppate dal consorzio EUROCORDEX (www.euro-cordex.net). Si tratta di modelli realizzati attraverso un downscaling dinamico, ossia utilizzando modelli regionali ad alta risoluzione (11 km) innestati in modelli climatici globali, sui due scenari RCP 4.5 e RCP 8.5. Unitamente a questi, sono state le medesime simulazioni applicate nel Piano Nazionale di Adattamento al Cambiamento Climatico messe a disposizione dal Centro Euromediterraneo sui Cambiamenti Climatici (www.cmcc.it). Si tratta del modello regionale COSMO-CLM (Bucchignani, E., Montesarchio, M., Zollo, A. L., & Mercogliano, P. (2016). Highresolution climate simulations with COSMOCLM over Italy: performance evaluation and climate projections for the 21st century. International Journal of Climatology,36(2), 735-756.) a risoluzione ancora più elevata (circa 8 km)., sempre innestato sui due scenari RCP 4.5 e RCP 8.5 a partire da modelli climatici globali.

Tutti i dati derivati dalle simulazioni a scala giornaliera sono stati ulteriormente adattati alla realtà regionale piemontese con l’applicazione di tecniche statistiche che puntano ad eliminare l’errore sistematico, valutato su un periodo di simulazioni del passato, attraverso un confronto tra l’output del modello e le osservazioni. Da tale comparazione si è opportunamente scelto un sottoinsieme di 10 modelli EUROCORDEX, a cui si aggiunge il modello COSMO-CLM.

 

Dove non diversamente specificato, per le analisi è stato seguito un approccio detto di “ensemble”, che considera lo scenario futuro rappresentato dalla media degli scenari dei singoli modelli, per ogni variabile climatica. Questo consente di ridurre l’incertezza intrinseca tipica dei modelli di tipo climatico e di fornire non solo la stima media della variabile prevista, ma anche la stima dell’incertezza su tale media. In tal modo si riesca ad esprimere anche l’informazione sull’affidabilità della stima futura attraverso la dispersione dei valori dei singoli modelli intorno al valor medio.

L’analisi è spesso presentata attraverso le variazioni dei periodi trentennali 2011-2040, 2041-2070, 2071-2100 rispetto al periodo di controllo 1976-2005, durante il quale i modelli regionali sono stati guidati dalle analisi.

Temperatura

La temperatura è la variabile meteorologica sulla quale si ha maggiore confidenza delle proiezioni future, sia per la qualità della rappresentazione dei modelli nel periodo di controllo, sia per la concordanza tra diversi modelli sul segno della variazione e, non da ultimo, perché l’incertezza che si ottiene utilizzando modelli climatici differenti è inferiore all’aumento di temperatura atteso.

Come si evince dalla figura 2, che rappresenta la tendenza dell’anomalia di temperatura nel periodo 2006-2100 relativamente al periodo di controllo, l’aumento di temperatura si ha in entrambi gli scenari emissivi, sia per le temperature massime sia per le minime.

L’incremento risulta di circa +0,2°C/10y in RCP4.5 e di +0,5°C/10y in RCP 8.5.

Queste tendenze portano la temperatura massima e minima annuale a un aumento di circa +2 °C rispetto al periodo di controllo al 2100, secondo lo scenario RCP 4.5 e ad un aumento di poco superiore +4°C nello scenario RCP 8.5.

Figura 4
Andamento dell’anomalia della temperatura massima (a sinistra) e minima (a destra) media annuale dal 2006 al 2100 rispetto al periodo di controllo 1976-2005, sull’intera regione


Fonte: Arpa Piemonte


Le due curve sono rappresentative degli scenari RCP4.5 e RCP8.5. Le linee continue rappresentano il valor medio delle simulazioni modellistiche (ensemble mean), le aree colorate rappresentano la deviazione standard tra le diverse simulazioni (l’incertezza del trend dipendente dai diversi modelli) e le rette le tendenze lineari.

Interessante è notare come, nello scenario RCP4.5, si arrivi nell’ultima parte del secolo a una tendenza alla stabilizzazione della temperatura, in accordo con la stabilizzazione della concentrazione dei gas serra in atmosfera, mentre nello scenario RCP 8.5 l’aumento rimane costante durante tutto il XXI secolo.

Considerando solo le aree di pianura i valori degli incrementi annuali sono relativamente più bassi per tutti i periodi considerati e tutte le variabili, di circa un paio di decimi di grado. Considerando la montagna (al di sopra dei 700 m di quota), gli incrementi sono invece superiori di circa 3 decimi di grado. Alle quote più elevate (superiori ai 1500 m), gli incrementi sono ancora superiori, di quasi 1 decimo di grado nello scenario RCP4.5 e fino a 0.7-0.8°C nell’ultimo trentennio. Analizzando la distribuzione territoriale, si evidenzia un incremento maggiore per lo scenario RCP8.5 rispetto allo scenario RCP4.5 sulla pianura e nelle valli, in particolare nelle zone più affacciate alle pianure.

Al fine di evidenziare meglio come si distribuiscono le variazioni di temperatura sui diversi trentenni 2011-2040, 2041-2070 e 2071-2100 sulla geografia della regione sono state rappresentate delle mappe con i valori delle differenze della temperatura media al periodo di controllo 1976-2005, per ogni stagione per entrambi gli scenari RCP4.5 e RCP8.5 (figura 3).

Figura 5
Scenari RCP4.5 (prime due righe) e scenario RCP8.5 (ultime due righe). Variazioni della temperatura media stagionale nel periodo 2011-2040 (prima colonna), nel periodo 2041-2070 (seconda colonna), nel periodo 2071-2100 (terza colonna) rispetto al 1976-2005

Fonte: Arpa Piemonte


Nello scenario RCP4.5
si nota come l’incremento di temperatura sia distribuito in modo abbastanza uniforme fino al 2040, successivamente si accentua quello invernale, soprattutto in montagna, e in estate. Anche nell’ultimo trentennio del XXI secolo in estate e inverno si vedono aumenti superiori, mentre in montagna in primavera e autunno gli aumenti sono superiori a quelli della pianura.

Nello scenario RCP8.5 già nel trentennio intermedio molte zone della regione vedono un aumento superiore ai 3°C, in particolare in montagna, più elevato in inverno e in estate. Nell’ultimo trentennio le variazioni superano 4°C su gran parte della regione. Anche in questo scenario, in inverno in montagna e durante l’estate gli aumenti sono maggiori. Anche l’autunno, soprattutto in montagna, mostra valori molto elevati. A fine secolo nel corso dell’inverno la media della temperatura minima in pianura sarà intorno ai 10°C e in primavera, in montagna, non vi saranno aree con temperatura minima inferiore agli 0°C. Il riscaldamento estivo raggiunge anche le quote più elevate e in autunno la temperatura minima media della zona prealpina risulta uguale alla temperatura minima media estiva attuale.

Questo incremento di temperatura determina un deciso aumento delle notti tropicali (notti in cui la temperatura minima non scende sotto i 20°C) in entrambi gli scenari, con valori che superano i 30 giorni a fine secolo per lo scenario RCP4.5 e i 60 giorni per lo scenario RCP8.5. Naturalmente questa variazione è superiore per le zone di pianura anche se alcune zone di fondovalle iniziano a essere interessate a partire dalla metà del secolo.

Anche l’indicatore giorni tropicali (numero di giorni in cui la temperatura massima è superiore ai 30°C) mostra un deciso aumento in entrambi gli scenari, con valori che arrivano fino a 30 giorni a fine secolo per lo scenario RCP4.5 e superano i 60 giorni per lo scenario RCP8.5. Poiché si ipotizza che questo incremento sia legato principalmente alla stagione estiva, si può affermare che più della metà del periodo estivo a metà secolo sarà caratterizzato da giorni tropicali e quasi l’intera estate a fine secolo, in particolare nello scenario tendenziale.

Il numero di giorni di gelo (in cui la temperatura minima scende sotto gli 0°C) tende a diminuire in entrambi gli scenari, in modo abbastanza graduale per lo scenario RCP4.5 raggiungendo anche valori di -40gg sulle zone prealpine a fine secolo. Per lo scenario RCP8.5 la variazione è via via più importante e raggiunge, al 2100, valori di -60gg. La diminuzione, in questo scenario, interessa dapprima le zone prealpine ma, a metà secolo, tutte le aree anche alle quote più elevate.

In questo contesto variano anche i gradi giorno di riscaldamento, con una diminuzione del valore in entrambi gli scenari, più marcato per lo scenario RCP8.5 a fine secolo. Nello scenario RCP4.5 la variazione, nell’ultimo trentennio del secolo, raggiunge al massimo il 15-20% con una conseguente variazione della fascia climatica limitata ad alcune zone di pianura della fascia prealpina. Nello scenario tendenziale RCP8.5, la variazione percentuale del 15-20% si ha intorno alla metà del secolo, mentre nell’ultimo trentennio la variazione raggiunge il 25-30%. Questo comporterebbe una variazione di fascia climatica per la maggior parte del territorio regionale, ad eccezione delle zone montane a quote più elevate.

Più importanti le variazioni dei gradi giorno di raffrescamento: nello scenario RCP4.5 gli aumenti vanno dal 75% nel primo trentennio, al 150% nel secondo, fino al 200-300% nell’ultimo trentennio, dove i valori più elevati riguardano la fascia prealpina. Nello scenario tendenziale RCP 8.5 i valori sono superiori, arrivando al 100% nel primo trentennio, tra il 150% e il 200% nel secondo trentennio, con valori superiori al 200% sulla fascia prealpina e, nell’ultimo trentennio i valori sono intorno al 400% in pianura e sulle zone montane di confine, superando il 600-700% nella fascia prealpina. Questo significa che la necessità di raffrescamento per adattarsi alle nuove temperature estive aumenteranno fino a triplicare rispetto alle attuali nello scenario con iniziative di mitigazione, e fino a 8-9 volte rispetto alle attuali nello scenario tendenziale.

 
Precipitazioni

Gli scenari di precipitazione mostrano una maggiore incertezza nella proiezione futura. La precipitazione è infatti il risultato, in un determinato punto e in un determinato tempo, di una combinazione di variabili meteorologiche che interagiscono fra loro, a volte dipendendo le une dalle altre. Si tratta infatti di una variabile discontinua, più difficile da simulare. La descrizione della formazione della precipitazione da parte della modellistica è infatti molto complessa e può differire molto da modello a modello. Queste differenze, se nel breve termine possono risultare poco influenti, soprattutto per la precipitazione a grande scala, diciamo non per i temporali, a lungo termine, come è il caso climatico, le differenze diventano importanti. Questo viene già evidenziato nel periodo di controllo, dove alcuni modelli fanno fatica a riprodurre la variabilità climatica attuale. Inoltre, l’area alpina che risulta essere un’area di cerniera tra la zona Mediterranea, dove è attesa una diminuzione delle precipitazioni e una tendenza all’aumento delle condizioni di siccità, e la zona del centro Europa, dove invece è atteso un aumento delle stesse.

 

L’andamento dell’anomalia della precipitazione cumulata annuale per la media di insieme dei modelli considerati (figura 4) mostra tendenze negative per entrambi gli scenari emissivi, che però non risultano significative dal punto di vista statistico. Si evidenzia infatti una ampia banda che rappresenta la variabilità derivante dall’utilizzo dei diversi modelli. La variabilità inter-annuale rimane molto elevata e non si riscontrano, anche qualitativamente, delle periodicità.

Figura 6
Andamento dell’anomalia della precipitazione cumulata annuale 2006-2100, rispetto alla media del periodo di controllo 1976-2005


Fonte: Arpa Piemonte

In arancione e rosso l’andamento per i diversi scenari RCP, con l’indicazione del trend lineare. Le aree colorate rappresentano l’intervallo di confidenza in termini di una deviazione standard.

L’analisi del ciclo annuale della precipitazione conferma che il clima del Piemonte è di tipo temperato, con due massimi di precipitazione in autunno e primavera, e che questa caratteristica si mantiene nel tempo. Si osserva comunque una modifica del regime pluviometrico, con una diminuzione della precipitazione primaverile, che, nel corso del secolo tende a non essere più la stagione più piovosa. Il mese di luglio, risulta il secondo mese più asciutto dopo il minimo invernale di dicembre. Il mese di gennaio, e quello di febbraio nel solo scenario RCP4.5, sono i mesi in cui si ha un lieve incremento di precipitazione.

Più interessante è vedere la variazione percentuale della precipitazione cumulata stagionale nei tre trentenni di riferimento rispetto al periodo di controllo 1976-2005, nei due scenari.

Nello scenario RCP4.5 (figura 7) si evince un aumento della precipitazione del periodo invernale, tra il 10 e il 15%, che nel periodo intermedio arriva fino al 20% sulle zone montane. L’estate vede una diminuzione, in particolare sulle pianure meridionali e sul Verbano. Nel primo trentennio risulta una lieve variazione positiva sul Cuneese.

Figura 7
Scenario RCP4.5. Variazione percentuale della precipitazione stagionale nei trentenni 2011-2040 (prima colonna), nel periodo 2041-2070 (seconda colonna), nel periodo 2071-2100 (terza colonna) per rispetto al 1976-2005


Fonte: Arpa Piemonte

I Pixel crocettati non sono significativi dal punto di vista statistico.

Nello scenario RCP8.5 (figura 8) si osserva un aumento della precipitazione invernale, anche consistente, solo nell’ultimo trentennio. L’estate vede una diminuzione graduale, già all’inizio sulla zona del Cuneese e successivamente su tutta la regione, con un deficit che arriva fino al 30% a fine secolo. Anche la primavera vede una diminuzione della precipitazione a partire da circa metà secolo.

Figura 8
Scenario RCP8.5. Variazione percentuale della precipitazione stagionale nei trentenni 2011-2040 (prima colonna), nel periodo 2041-2070 (seconda colonna), nel periodo 2071-2100 (terza colonna) rispetto al 1976-2005


Fonte: Arpa Piemonte
I Pixel crocettati non sono significativi dal punto di vista statistico.

Un indicatore legato alla precipitazione è il numero massimo annuale di giorni consecutivi in cui non piove, rappresentativo delle condizioni di siccità. La variazione della lunghezza massima annuale dei periodi secchi (giorni consecutivi con precipitazione inferiore ad 1mm) nel periodo 2006-2100 rispetto al periodo di riferimento 1971-2005 su tutti i punti griglia della regione utilizzando lo scenario RCP 4.5 (figura 7, a sinistra) e lo scenario RCP 8.5 (figura 7a destra).

Figura 9
Scenario RCP4.5 (a sinistra) e RCP8.5 (a destra). Variazione del numero massimo di giorni consecutivi senza precipitazione, per ogni anno (ordinate) e per ogni punto di griglia ordinati secondo la quota, dalle più basse alle più elevate (ascisse) calcolata rispetto al valore medio del periodo 1976-2005


Fonte: Arpa Piemonte


Per quanto riguarda lo scenario RCP4.5, si evince una generale tendenza all’aumento della durata dei periodi secchi, anche se permane una discreta variabilità fino a fine secolo, che alterna periodi più piovosi a periodi secchi pluriannuali. L’incremento si ha soprattutto dopo la metà del secolo, dove interessa anche le quote più elevate, che sembrano soffrire di una diminuzione dei periodi piovosi più accentuata. Per quanto riguarda lo scenario RCP8.5 questa tendenza è ancora più evidente a partire dalla seconda metà del secolo con valori che, a partire dal 2070 diventano più importanti, così come la frequenza degli anni siccitosi e l’interessamento delle quote più alte. Dal 2080 la possibilità di avere anni più piovosi tenderà a ridursi significativamente.

Una delle analisi importanti per la valutazione dei possibili impatti del cambiamento climatico sul “sistema neve” nel suo complesso è la variazione del rapporto tra la componente nevosa della precipitazione e la precipitazione totale. Questo indicatore fornisce delle stime sul potenziale nevoso e la sua variazione può essere considerata significativa anche quando la precipitazione è caratterizzata da una maggiore incertezza. Per la valutazione di questo indicatore è stato utilizzato solo la simulazione del modello COSMO-CLM, utilizzato per la predisposizione del Piano Nazionale di Adattamento.

Figura 10
Scenario RCP 4.5 (riga in alto) e lo scenario RCP8.5 (riga in basso). Valore del rapporto tra la neve (stimata come precipitazione con temperatura al di sotto dei 2°C) e la precipitazione totale cumulata nei mesi da novembre a maggio, mediata sul periodo di controllo 1971-2100 (prima colonna) e sui trentenni 2011-2040 (seconda colonna), 2041-2070 (terza colonna) e 2071-2100 (quarta colonna)


Fonte: Arpa Piemonte


Si conferma la dipendenza orografica dell’indicatore anche riprodotto dalle simulazioni modellistiche, infatti le mappe della colonna più a sinistra sono confrontabili a quelle ottenute con i dati osservati.  Si evince una tendenza alla diminuzione della frazione neve/pioggia in entrambi gli scenari, più marcata nello scenario RCP8.5. I pixel a quote più elevate nelle zone di confine vedono ridotto questo rapporto da 0.5-0.7 fino a 0.2-0.3 già a metà secolo anche con lo scenario RCP 4.5, con qualche punto isolato sulle zone più sudoccidentali, dove rimane a 0.4. A fine secolo, il numero di punti dove il rapporto rimane tra 0.2 e 0.3 sono molto limitati. Nello scenario peggiore, l’RCP8.5, tutta la fascia prealpina vede azzerare questo rapporto dalla seconda metà del secolo.